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domenica 4 marzo 2012

Universo



In uno romanzo di Robert Anson Heinlein gli occupanti di una astronave generazionale dimenticano, ad un certo punto, non solo lo scopo del loro viaggio, ma scambiano anche lo spazio artificiale e limitato in cui si trovano per l'intero universo. Una astronave generazionale è una nave spaziale che viaggia nello spazio da un pianeta d'origine verso le stelle, alla ricerca di un nuovo pianeta abitabile, ed in cui, a causa delle immense distanze interstellari e degli enormi tempi necessari per attraversare tali distanze, gli uomini si trovano a vivere per generazioni e generazioni, per decine o centinaia di anni. In tali condizioni basta un niente per far scoppiare una crisi, magari a causa della fragilità psicologica di chi si ritrova su un pezzo di metallo e sa che trascorrerà tutta la vita senza mai vedere la fine del viaggio, sorte che potrebbe toccare forse ai suoi nipoti, o ai nipoti dei nipoti. Heinlein immagina che a causa di una di queste crisi le generazioni successive perdano coscienza del luogo e della condizione in cui vivono, fino a convincersi che lo spazio in cui si trovano sia l'universo, e non soltanto un vascello spaziale che vagabonda nel vuoto. I personaggi di Universo ignorano che fuori esista qualcosa, ignorano le proprie origini ed il proprio destino, finendo per regredire ad uno stadio quasi animalesco in cui l'unica preoccupazione è la semplice sopravvivenza. Universo, oltre ad essere un romanzo estremamente interessante ed una pietra miliare della fantascienza, è una efficace metafora della condizione attuale dell'umanità. Frastornata dalla vita quotidiana l'umanità è incastrata in un meccanismo che svuota di significato la sua stessa esistenza, ed a nulla valgono i pallidi palliativi offerti dai farmaci antidepressivi, che servono solo a nascondere i sintomi, o la ricerca del senso nella religione. La verità, nuda e cruda, è che non esiste un senso nel nascere, crescere, vivere e infine morire nella svilente società dei consumi e della perversa logica imperante dell'accumulo e dello sperpero. E non esiste un senso nel dedicare quello che dovrebbe essere il tempo dell'uomo, quello in cui l'uomo può tornare persona e non più macchina finalizzata al salario, alla ricerca di svaghi a loro volta disumanizzanti perché, semplicemente, si è incapaci di immagina altro, o di interessarsi ad altro. Non esiste un senso nel lavoro automatizzato sei giorni su sette condito dal settimo giorno santificato al centro commerciale o alla televisione. Non esiste un senso perché quello che viene identificato come l'universo è semplicemente un modo di vivere temporaneo per l'umanità, seppur forse eterno per l'individuo, in un luogo a sua volta transitorio ed in condizioni instabili e altrettanto fragili.

La società occidentale in cui viviamo non è universale, nel tempo e nello spazio. Neppure la metà del pianeta terra vive in questa società, neppure un terzo degli abitanti del pianeta. La società occidentale è transitoria, non è sempre esistita e non esisterà per sempre. L'era dei consumi non è l'Universo, New York non è l'Universo, neppure Londra e Parigi sono l'Universo. Terribilmente banale, scontato, eppure nessuno di noi pensa realmente al fatto che il favoloso mondo del nuovo millennio è sconosciuto ai due terzi degli abitati del nostro stesso pianeta, nessuno di noi riflette veramente sul fatto che il proprio modello di vita non è Universale, ma transitorio, relativo, fragile. Nessuno di noi riflette veramente sul fatto che questo non è il migliore dei mondi possibili, o quantomeno che questo non è l'unico degli Universi possibili.

Si potrebbe obiettare che l'umanità non è mai stata diversa, che neppure nel passato è sfuggita a questa logica, del resto l'uomo delle caverne scambiava il suo ambiente per l'Universo, così come il contadino o il Signorotto medievale. Eppure il paragone non è del tutto convincente, poiché l'umanità del ventunesimo secolo ha a sua disposizione gli strumenti per rendersi conto della propria condizione e per comprendere la differenza fra il tutto e la parte. Semplicemente, all'umanità del ventunesimo secolo, non importa. L'umanità, per la prima volta nella sua storia dotata di occhiali capaci di spingere lo sguardo lontano, abbassa lo sguardo ai suoi piedi e perde l'occasione di scoprire ciò che la circonda. Trecento anni fa chiunque avesse avuto la possibilità di godere di una istruzione prolungata per 8-10 anni avrebbe manifestato quantomeno un forte interesse per l'Universo, per le Scienze, la Filosofia, per il “Tutto”. Oggi che l'istruzione per almeno 8-10 anni è diventata la norma il massimo della curiosità che l'uomo medio riesce a raggiungere è scoprire chi presenterà il prossimo festival di Sanremo. Logico che si percepisca un qualcosa di sbagliato, ovvio che si finisca per sentirsi soffocati da una società con così tante potenzialità eppure così frivola ed animalesca al tempo stesso.


Ma quale altro discorso è possibile se gli “integrati” hanno trovato il loro rifugio tra coloro ai quali, e sono i più, la televisione, lo stadio, la moda, lo shopping hanno fornito gli opportuni strumenti di rimozione e di ottundimento di sé? E chi si rifiuta di consegnarsi all’ottundimento, perché ancora dispone di una discreta consapevolezza di sé, a chi si rivolge quando incontra non questo o quel dolore, intorno a cui si affollano le psicoterapie, ma quell’essenza del dolore che è l’irreperibilità di un senso?

Qui le psicoterapie non servono perché non è “patologico” come si vorrebbe far credere, porsi domande, sottoporre a verifica le proprie idee, prendere in esame la propria visione del mondo per vedere quanto c’è di angusto, di ristretto, di fossilizzato, di rigido, di coatto, di inidoneo, per affrontare i cambiamenti della propria vita e i mutamenti così rapidi e imprevisti del mondo.

[I Miti del Nostro Tempo, Umberto Galimberti, pag. 154]



In queste condizioni la depressione non è patologica, così come non può essere patologico aver paura in equilibrio su una fune tesa fra due grattacieli. L'umanità non può aspettarsi di vivere bene chiusa in un recinto, come pecore, a meno di estirpare e gettare via la sua stessa “Umanità”. E la frivolezza della nostra nuova umanità si manifesta continuamente, sia nella scelte scelte quotidiane, sia nel modo di porsi nei confronti dei grandi temi come la Vita, l'Universo, e Tutto Quanto, come direbbe Douglas Adams. Non c'è da stupirsi quindi se si finisce per scambiare il contenuto per la confezione, così che nelle scuole si dedica più tempo ad insegnare le figure retoriche che non a studiare il contenuto di un opera. Quando nel 2010 fra le tracce della prova di italiano agli esami di maturità i candidati si sono trovati di fronte un saggio sul tema “Siamo Soli?” nessuno stupore di fronte alle grette e rivelatrici reazioni del mondo accademico e della società in generale. Di fronte ad una traccia d'esame che chiedeva allo studente di affrontare il tema della vita fuori dal pianeta Terra la reazione universale è stata di scherno:<< ma come?? adesso abbiamo gli ufo alla maturità? Come siamo caduti in basso>>.
Si! Siamo caduti in basso, veramente in basso, se coloro i quali si ritengono uomini e donne di cultura considerano il tema della vita nell'Universo un tema ridicolo e frivolo è il momento di alzare bandiera bianca. Se coloro i quali, pur avendo teoricamente gli strumenti per alzare lo sguardo fuori dalla culla verso ciò che esiste là fuori, continuano ostinatamente a mirarsi i lacci delle proprie scarpe allora dimentichiamo pure ciò che vi è là fuori, chiudiamoci nella nostra casetta, ammiriamone i muri e cantiamo le lodi al pavimento ben lucidato. Di fronte ad uno dei temi più profondi che la Scienza e la Filosofia abbiano mai affrontato la reazione dell'uomo comune ed in buona parte anche di quello che oggi passa per uomo di cultura è di sdegno e di scherno, del resto la vita è fatta di priorità ed ognuno ha le proprie...


«"O frati," dissi, "che per cento milia

perigli siete giunti a l'occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d'i nostri sensi ch'è del rimanente
non vogliate negar l'esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza".»

(vv. 112-120, Dante Alighieri)



L’Universo, com’è già stato notato in altre sedi, è un posto maledettamente grande, cosa che, per amore di un’esistenza quieta, la maggior parte della gente finge di non sapere.

Molti sarebbero anzi pronti a trasferirsi in luoghi ancora più piccoli di quelli che riescono a concepire con la mente, e di fatto non sono poche le creature che lo fanno.

In un angolo del Braccio Orientale della Galassia si trova il grande pianeta di foreste Oglaroon, la cui popolazione «intelligente» vive tutta quanta su un unico noce abbastanza piccolo e affollato. Su tale albero gli Oglarooniani nascono, crescono, fanno l’amore, scrivono intagliando la corteccia articoli filosofici riguardanti il significato della vita, l’inutilità della morte e l’importanza del controllo delle nascite, combattono alcune guerre di minima entità, e infine muoiono legati alla parte di sotto dei rami più esterni e inaccessibili. Gli unici Oglarooniani che lasciano il loro albero sono quelli che vengono sbattuti fuori per avere commesso il crimine nefando di chiedersi se qualche altro albero potesse ospitare la vita o se gli altri alberi fossero comunque qualcosa di diverso da semplici allucinazioni prodotte dall’avere mangiato troppe oglanoci.

Benché un simile comportamento possa sembrare strano, non c’è forma di vita nella Galassia che non si sia resa colpevole in qualche modo dello stesso errore, ed è proprio per questo motivo che il Vortice di Prospettiva Totale suscita un orrore indicibile.

Quando infatti si viene messi nel Vortice si ha per un attimo la visione globale di tutta l’infinita, inimmaginabile immensità della creazione, e in mezzo a questa immensità si ha modo di distinguere un segnale minimo, minuscolo, microscopico, che dice Tu sei qui.

(Ristorante al Termine dell'Universo – Douglas N. Adams)


domenica 20 novembre 2011

il pulsante


Con la promessa di ricevere un milione di euro, premeresti un pulsante? E se premendo quel puslante tu ottenessi il denaro ma, contemporaneamente, causassi in quel preciso istante la morte di un essere umano a te sconosciuto? “Button” di Matheson, esplora proprio la nostra debolezza di fronte a tale questione, facendoci riflettere sulle scelte che compiamo ogni giorno, e sulle motivazioni, sulle cause, delle nostre scelte. E soprattutto facendoci riflettere sulle conseguenze implicite di tali scelte. Se pensi che questa questione non ti riguardi, che poi tranquillamente voltare pagina e pensare ad altro, ti informo, caro lettore (o lettrice), che ti sbagli. Probabilmente nessuno ha bussato alla tua porta proponendoti di premere un pulsante e ottenere così un milione di euro in contanti o gettoni d'oro, ma scelte simili, per quanto meno evidenti, ti si propongono ogni giorno, e ne compi in grande quantità. Senza voler pensare a questioni macroscopiche come la leicità di invadere militarmente un paese straniero per assicurarsi le sue risorse, vedi Iraq o Libia, per i casi più recenti ed evidenti, ma restando saldamente sul terreno individuale, basta fare pochi esempi per rendere bene evidente la questione:

  • tu probabilmente bevi Coca Cola in ogni occasione festiva, spesso anche da solo, mentre guardi una partita, ad un compleanno, al ristorante o in pizzeria, oppure la tieni semplicemente in casa per offrirla quando qualcuno viene a trovarti. E se ti dicessi che acquistando quella bottiglia di Coca Cola contribuisci a privare centinaia, migliaia, di bambini, donne, uomini e anziani, della loro unica fonte di acqua pulita? Si perché la Coca Cola ha bisogno di acqua per essere prodotta, ed indovina da dove arriva l'acqua a basso costo per la tua preziosa bottiglia? La Coca Cola si rifornisce di acqua nelle zone più disperate del pianeta, dove non esiste acqua corrente e le donne e i bambini si fanno chilometri a piedi con le brocche o i bidoni in mano per andare al più vicino fiume o lago a rifornirsi. Ma la Coca Cola, sfruttando la corruzione dei signorotti locali, e le liberticide leggi in tema di privatizzazione imposte dal FMI ai paesi in via di sviluppo, si appropria di queste fonti idriche sottraendole alla popolazione che vi vive intorno. Sottrae le fonti idriche agli agricoltori che non possono più usare l'acqua che i loro avi hanno usato per decenni, sottrae l'acqua ai bambini che non possono più bere e devono sperare negli aiuti “umanitari” (magari sbandierati dalla Cola Cola nella sua confezione) oppure morire di sete. E nello stesso momento la Coca Cola vi offre immagini di famigliole felici che bevono Coca Cola. Bene, sappi che ogni volta che acquisti una Coca Cola hai contribuito a finanziare tutto questo.

  • Ti piace il cioccolato vero? Piace moltissimo anche a me, e come sono buoni i prodotti della Nestlé. Peccato che la Nestlé utilizzi nei propri prodotti il cacao prodotto in regioni del mondo in cui gli operai che lo raccolgono vivono nella miseria più assoluta, sono trattati come schiavi dai loro padroni, e spesso fanno questa vita da piccolissimi, pagati una miseria per portare sulla nostra tavola quei gustosissimi snack a un prezzo di produzione misero. Quando tuo figlio la mattina fa colazione con il Nesquick della Nestlé pensa per un attimo alle decine di bambini che lo hanno raccolto per un prezzo da fame e trattati come schiavi. Pensa che il prezzo del tuo benessere, e di quello di tuo figlio, sono le centinaia di bambini il cui sangue impreziosisce la polverina magica che rende il latte più buono. Vale inoltre, anche nel caso della Nestlé, lo stesso discorso sulle risorse idriche fatto per la Coca Cola.

  • Sei un fumatore? Non sto nemmeno a raccontarti di bambini, uomini, donne, e schiavitù. Vale il discorso fatto per il cacao, con la differenza che fumando ti uccidi pure da solo....

  • Adidas o Nike? Eterna questione, meglio l'una o l'altra? Non preoccuparti, in quanto a lavoro in schiavitù e nessun diritto per i sottoposti sono praticamente alla pari, ti resta da decidere se vuoi il pallone cucito a mano dai bambini del laos che dopo 5 anni hanno perso la vista per produrlo a costo economico zero (ma costo umano elevatissimo ed incalcolabile) oppure se preferisci la nuova scarpa supertecnologica progettata in laboratori all'avanguardia e prodotta in fabbriche che lo stesso Dante faticherebbe a collocare in un singolo girone dell'inferno.

  • Nokia? Motorola? Samsung? Per costruire i nostri amati telefonini sono necessari elementi chimici molto rari, alcuni classificati come terre rare, che si trovano solo in particolari regioni del pianeta. Alcuni di queste regioni sono soggette a forti tensioni fra tribù e fazioni spesso in guerra fra loro. Alcune di queste fazioni si finanziano estraendo dalla miniere questi elementi e vendendoli alle grandi aziende di tecnologia, e per farlo utilizzano bambini spesso strappati alle loro famiglie e usati come schiavi nelle miniere. Ovviamente qualche bambino ci lascia la pelle, ma basta fare un giro nei villaggi per trovarne altri da strappare ai genitori. Questo tipo di produzione ha ovviamente costi irrisori, così alcune aziende preferiscono finanziare i guerriglieri, piuttosto che denunciare la cosa alle nazioni unite e favorire un intervento che ponga fine a tali atrocità. Ma a quel punto il lavoro in miniera andrebbe regolamentato, e quindi sarebbe antieconomico, ed ecco quindi che conviene mantenere lo statu quo. È semplicemente business.....

  • Mc Donalds, come la Coca Cola, strombazza pubblicità umanitarie e propaganda beneficenza nei suoi locali, ma i modi in cui si procura la materia prima per i suoi prodotti sono identici a quelli elencati fino ad ora.

Mi fermo adesso, inutile continuare, immagino avrai capito dove si va a parare. E se è vero che per alcuni prodotti c'è poco da fare (il telefonino è necessario, e se tutte le aziende usano certi sistemi non posso far altro che capitolare), per altri prodotti non è difficile intuire il modo “etico” di agire. Per le sigarette, la Coca Cola, i Mc Donals, la Nestlé, il dilemma etico è di facile soluzione, e non dovremmo certo porci eccessivamente la domanda. Ogni volta che consumi uno dei loro prodotti hai contribuito a premere un certo pulsante, contribuisci a tenere in vita un sistema economico basato sulla schiavitù nascosta ai tuoi occhi con immagini di famigliola felice e carità verso gli infelici. Ma a queste aziende conviene far pubblicità di beneficenza, piuttosto che rendere inutile la beneficenza trattando umanamente e dignitosamente quegli uomini e quei bambini che garantiscono loro un impero economico e commerciale. Sapevi già quanto fosse stupido fumare, o bere Coca Cola, o magiare al Mc Donalds, sapevi già quanto fosse idiota mitizzare un marchio commerciale fino a diventare schiavo di quel marchio, adesso sai che è anche criminale. Adesso che hai finito di leggere non ti rifaccio la domanda, te la rifarai magari fra pochi minuti quando penserai di accendere quella sigaretta, oppure quando stapperai quella lattina di Coca Cola....qualunque sia la tua risposta....adesso conosci il sapore del sangue.

venerdì 16 settembre 2011

L'infamia di "Via Tito"

Che la coerenza con i propri principi sia un obiettivo difficile da raggiungere è cosa risaputa, semmai è più facile considerarla un ideale verso cui tendere nell'intricato cammino della vita. Capita a tutti di dire qualche bugia allo scopo di difendere le proprie posizioni, in fondo se l'ideale è buono, se il fine è giusto, ogni mezzo è lecito....persino la menzogna. A questa legge non si sottrae la storia, che in fondo è solo quello che resta della vita della gente e delle relative avventure politiche una volta che lo scorrere del tempo ha posto un velo di polvere sui ricordi dei protagonisti.

È probabile che se fossimo vissuti ai tempi di Napoleone, magari in qualche villaggio austriaco, avremmo trovato difficile riconoscerlo come il grande condottiero che mise in ginocchio l'Europa, per noi sarebbe stato il Mostro venuto dalla Francia a conquistare e distruggere la nostra patria. E lo stesso avremmo sicuramente pensato nella Gallia conquistata da Giulio Cesare, se fossimo stati dalla parte dei Galli mai ci saremmo sognati di tributargli quei grandi onori che la storia occidentale gli riconosce. È cosa risaputa che la storia la scrivano i vincitori, che di solito sono poi gli stessi che gli eroi invece li impiccano, così da rendere arduo e spesso impossibile il compito a chi voglia conoscere i fatti così come essi sono accaduti. Noi che viviamo nel terzo millennio troviamo difficile far coincidere con la nostra morale il cantare le gesta di un condottiero capace di sterminare villaggi, uccidendo uomini donne e bambini, al solo scopo di conquistare quella terra. Se oggi un italiano di nome Giulio Cesare andasse in Francia ad uccidere e conquistare l'orrore delle sue gesta lo renderebbe per noi un criminale, non certo un eroe. In fondo abbiamo appeso per i piedi un certo Benito Mussolini per colpe simili a quelle di Giulio Cesare: politica espansionistica e trattamento brutale contro i contestatori ed gli oppositori, senza dimenticare una certa megalomania. Entrambi hanno fatto una brutta fine ma uno è ricordato come un eroe, l'altro come un tiranno.

Non tutti i Cesari del novecento hanno però avuto lo stesso destino di Mussolini, alcuni infatti sono osannati in patria ed anche all'estero come liberatori e grandi statisti. Una delle più grandi vergogne del nostro tempo è la tendenza, bigotta e ipocrita, a trascurare le atrocità commesse da chi difendeva una certa parte politica solamente perché quella parte politica era in fondo la propria. Palma di Montechiaro non si dissocia da questa vergogna continuando ad intitolare una Via al Maresciallo Josip Broz, meglio conosciuto come Tito. La denominazione della via in questione è stata decisa dal Consiglio Comunale con deliberazione n. 76 del 20/3/1981 con la seguente motivazione: "Via Tito (1892/1980): fu uno dei protagonisti europei della resistenza contro il nazismo, fondatore e presidente per lungo tempo dello stato Jugoslavo, esponente di primo piano della politica internazionale, fondatore del movimento dei non allineati." Eppure sfugge a coloro che diedero la motivazione che il maresciallo Tito è accusato di svariati crimini contro l'umanità. Il nostro Eroe è accusato del massacro di Bleiburg, in cui secondo le stime più ottimistiche i suoi soldati sterminarono dietro suo ordine 50000 militari e 30000 civili che fuggivano dal territorio Jugoslavo, mentre le stime delle autorità slovene fissano il numero dei morti a 250000: Harold Alexander, propose la resa agli slavi in fuga promettendo protezione contro i titini: i militari consegnarono le armi ai britannici pensando di essere trattati da prigionieri di guerra secondo le convenzioni internazionali. Invece, il 15 maggio 1945 il comandante britannico consegnò i fuggiaschi, civili compresi, a Tito il quale ordinò una prima esecuzione: i britannici erano così vicino al luogo del massacro che udirono numerose scariche di mitra.>(NIKOLAI TOLSTOY, “Victims of Yalta”, Hoddon and Stoughton, Londra 1977 ). Il nostro maresciallo è anche il mandante del massacro di Bačka, in cui i suoi soldati sterminarono civili tedeschi ed ungheresi (questa volta le stime oscillano da 40000 a 150000 morti) la cui unica colpa era di essere non etnicamente slavi. Egli ovviamente non disdegnò di trattare col pugno di ferro contestatori ed oppositori politici, in campi di concentramento adeguati e con torture che farebbero apparire storielle per bambini i metodi narrati da Orwell in “1984”.

Basterebbe questo a farci vergognare, come cittadini palmesi, di avere intitolato una strada ad un dei dittatori più spietati del ventesimo secolo. Ma non dobbiamo dimenticare in questa carrellata di orrori la pulizia etnica perpetrata dai soldati Titini, per ordine ovviamente dello stesso Maresciallo, nei confronti degli italiani protagonisti della diaspora dall'Istria e dalla Dalmazia, regioni appartenenti allo Stato Italiano che Tito volle ripulire dagli abitanti italiani per poterle poi rivendicare come territorio slavo al tavolo delle trattative di pace. Pulizia etnica che non si ridusse solo all'espulsione degli italiani da quelle terre, ma che sfociò anche in atti di pura barbarie e malvagità come la sparizione nella notte degli uomini strappati alle mogli ed ai figli, o ai tragici ed orripilanti episodi delle foibe, trascurati per anni dalla storiografia italiana per volere di una certa parte politica. Palma di Montechiaro sopporta quindi la vergogna infamante di onorare la memoria di un tiranno sanguinario intitolandogli una via, dimenticando le sofferenze che l'uomo Tito inflisse a uomini donne e bambini abusando del suo potere di condottiero prima e dittatore poi. E se ancora è tutto sommato comprensibile che 30 anni fa un consiglio comunale a maggioranza di sinistra prese questa decisione, poiché a quel tempo era ancora possibile essere all'oscuro dei crimini del Maresciallo, dovrebbe essere oggi insopportabile la vergogna per coloro i quali infangarono la memoria delle vittime di tali atrocità. E se ancora è comprensibile, ma non per questo non deprecabile, il silenzio di Rosario Gallo, primo cittadino fino a poco più di un anno fa e membro della giunta nel 1981, anno in cui fu intitolata la via al maresciallo Tito, è invece incomprensibile il silenzio dell'attuale amministrazione comunale, che annovera fra le sue fila uomini politici che in passato hanno portato all'attenzione mediatica la questione sulla via incriminata, come il vice sindaco Angelo Cottitto membro, insieme ad altri due consiglieri, del gruppo dei Giovani di Via Cangiamila. È naturale chiedersi perché, dopo un anno di amministrazione, non si sia fatto nulla per risolvere la questione. Certo se l'immobilismo in cui sembra versare l'attuale amministrazione, continuando quella che forse sta diventando una tradizione palmese, arriva persino ad impedire di mettere fine ad una piccola grande vergogna, nonostante i tuoni ed i fulmini gettati sulla questione quando l'attuale amministrazione era all'opposizione, allora forse è meglio non pensare nemmeno a risolvere i problemi ben più gravi e complicati che rendono sempre più difficile voler bene a questa nostra terra.

mercoledì 15 giugno 2011

Informazione è Potere

Che l'uso dell'informazione fosse pilotato e spesso distorto è cosa risaputa. La propaganda esiste da sempre e continuerà ad esistere perché, semplicemente, gli individui tenteranno sempre di mostrare il meglio di sé e nascondere invece i fatti che potrebbero esporli sotto una cattiva luce. A questa legge non sfugge certamente il potere, che anzi ha storicamente affinato l'arte della menzogna e del falso storico come arma di legittimazione. Il grande Orwell nel suo 1984 mostra mirabilmente come sia facile per il potere convincere il popolo di una cosa, e fargli poi cambiare idea il giorno dopo, facendogli dimenticare le realtà del giorno prima. Esattamente così infatti si svolge la vita politica italiana, e non solo, con la lega che nel '94 dava del mafioso a Berlusconi per poi formare una solida asse politica; oppure, per restare agli esempi più recenti, con Bersani che nel 2008 sostiene la privatizzazione dell'acqua ed il nucleare, per poi salire con felina rapidità sul carro dei vincitori referendari. E il referendum recente, che ha visto la maggioranza assoluta degli aventi diritto al voto esprimersi contro la privatizzazione dell'acqua, contro la monetizzazione sull'acqua, contro il nucleare ed infine contro il('il)legittimo impedimento, è la prova di come, a volte, la volontà di dire NO può sconfiggere il potere. Nonostante i continui tentativi del governo di far fallire il referendum, prima posticipandolo, poi modificando la legge nucleare e tentando di convincere gli elettori che il quesito nucleare fosse annullato, arrivando fino alla patetica e umiliante resa finale del: lasciamo liberi di votare secondo coscienza, il popolo si è espresso in modo inequivocabile. E considerando come la pubblicità referendaria sia stata scarsa (per usare un eufemismo) sui media ufficiali, è evidente come il merito di questa straordinaria vittoria popolare sia da assegnare ai promotori e a tutti coloro che hanno creduto in questo referendum negli ultimi due anni. Internet è stato altrettanto fondamentale, garantendo una informazione capillare e permettendo a chiunque di familiarizzare con i quesiti. Sempre internet ha smascherato il 15 giugno il Ministro Renato Brunetta. A seguito di un incontro sull'innovazione una donna del pubblico chiede la parola, il ministro le permette di porre la sua domanda, ma appena la donna si presenta come una esponente della rete dei precari ecco che il ministro ringrazia e si allontana, rifiutandosi di ascoltare la domanda, per poi offendere ed insultare i presenti affermando: “questa è la peggiore Italia”. Ma se ci si fosse fermati a questo saremmo ancora nell'ambito dell'anomala normalità, invece il ministro, essendosi accorto di essere stato sputtanato dal popolo della rete che ha malamente accolto la sua performance dialettica, decide di rispondere con la stessa moneta: pubblicando cioè un video in cui tenta pateticamente di rispondere alle accuse lanciando a sua volta altre accuse al popolo del web e affermando il falso sul fattaccio incriminato. Il ministro ha il coraggio di affermare di aver spiegato che non poteva rispondere alla domanda perché avrebbe richiesto troppo tempo, mentre il video mostra chiaramente come si sia allontanato appena sentita la parola “precari”. In seguito è stato in effetti offeso e chiamato buffone, ma solo dopo aver lui stesso offeso i presenti. Ecco i due video che mostrano l'accaduto (http://www.youtube.com/watch?v=9pFjw72v_lc) e la patetica risposta del ministro (http://tv.libero-news.it/video/100943/Brunetta_rincara_sui_precari___Squadristi_.html). Il popolo del web non l'ha perdonato, e sulla sua pagina facebook fioccano i commenti in cui viene svelato l'inganno e si da al ministro quel che è del ministro...e cioè epiteti vari e simpatici soprannomi che ricordano la sua somiglianza al presidente del consiglio. Ecco come la rete, ancora una volta, mostra i panni sporchi del potere e si dimostra garanzia di informazione precisa e non strumentale. Caro ministro, le vorrei far notare come in un sistema economico che prevede ed incentiva la presenza dei precari non si può fare del precariato una colpa di chi lo subisce. Caro ministro, invece di perdere tempo con video patetici che mostrano solo la sua inadeguatezza, faccia meno il fannullone al pc e vada a lavorare, lasci internet a chi sa davvero usarlo. In fondo...lei continua a perderci la faccia...noi invece le abbiamo appena mostrato come si vince un referendum.

sabato 28 maggio 2011

Si scrive Referendum, si legge Libertà

Vi sono dei momenti, nella Vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre. (Oriana Fallaci)


Sono un animale deluso, ingabbiato dai falsi miti di una società che ci autoimponiamo, messo alla sbarra dai segreti di pulcinella che tutti conoscono e tutti ignorano, reso schiavo, come tutti voi che state leggendo, dalla nostra stessa autoindulgenza del “si ma io non posso fare niente”. Eppure ci sono momenti nella vita in cui ti rendi conto che non puoi lasciare tutto al destino, cioè agli altri. Si perché il destino non è altro che la scusa degli incapaci, il destino è la scusa di coloro che non sono stati in grado, o non hanno voluto essere in grado, di intervenire nelle forze che determinano la storia, e quindi quel racconto continuo e intrecciato che rappresenta la nostra vita.

Diceva Seneca che la fortuna non esiste, esiste semmai il momento in cui il talento incontra l'occasione. Ed il talento, lo insegna quel fenomeno di giovinezza in età geriatrica che risponde al nome di Filippo Inzaghi, è spesso la capacità di cogliere l'occasione e gettarsi su di essa mordendo e graffiando...pur di non lasciarsela sfuggire dalle mani. La differenza fra chi guida il proprio destino e chi invece ne è guidato è spesso la capacità di scegliere il momento migliore per fare quell'azione piccola, piccolissima, che in un qualsiasi altro momento non porterebbe a nulla...ma che in questo caso particolare è in grado di scatenare l'effetto domino e dare il via a quell'insieme di eventi all'apparenza casuali ma invece perfettamente causali che faranno poi in ultima analisi la storia.

Non è questa la sede per discutere di come noi tutti ci siamo già fatti fregare, sarebbe una dissertazione troppo lunga ed in ogni caso ci sono persone che sono in grado si spiegare la realtà molto meglio di me (http://www.paolobarnard.info/index2.htm). Quello che voglio fare in questo intervento è spiegare perché è importante in primo luogo partecipare in grande numero ad un generico referendum, e poi perché è così importante partecipare a questo in particolare.

La democrazia rappresentativa si basa sul principio per il quale coloro che devono svolgere le funzioni di legiferazione e di governo devono essere scelti da tutta la comunità che dovranno rappresentare. Questo è un sistema imperfetto ma è tuttavia forse il migliore possibile, poiché se proprio qualcuno deve occupare un ruolo di potere sullo Stato, e quindi sulla comunità, è giusto che sia scelto da chi compone la comunità. Oggi questo sistema è stato impoverito, o più precisamente cancellato, da una legge elettorale che non permette di scegliere i propri rappresentanti, ma consente solo di approvare una lista predefinita da coloro che già detengono questo potere e che, potendo in definitiva scegliere chi potrà essere eletto, sono in grado di conservarlo indefinitamente per mancanza di alternativa. Il referendum è l'unica occasione di vera e diretta democrazia, è l'unica occasione in cui il cittadino può direttamente e senza intermediari esprimere la propria opinione esplicita su una determinata questione. Ed acquista evidentemente una valenza ancora più esplicita nel momento in cui la classe politica e dirigente non ha più nessuna responsabilità nei confronti dei suoi elettori, come nel caso italiano, tanto da potersi permettere di “fottere” i cittadini senza dover nemmeno nascondere il corpo del reato. Per chi avesse dei dubbi basta riflettere su come il governo italiano, il minuscolo è voluto, abbia tentato e stia tentando in tutti i modi di rendere vana la consultazione referendaria ponendo ostacoli di tutti i tipi all'esercizio della democrazia. Cominciando dalla scelta palesemente assurda, antidemocratica ed antieconomica di fissare due date distinte per le elzeioni amministrative e per la consultazione referendaria, fino al tentativo estremo di una moratoria, spacciata per cancellazione, sul progetto nucleare, passando per il totale silenzio sulle reti Rai fino a fine maggio e il fantozziano tentativo di convincere gli elettori che il cancellamento (in realtà moratoria) del progetto nucleare avesse fatto decadere il quesito referendario. Togliamoci subito ogni dubbio, il governo non ha cancellato il nucleare, lo ha momentaneamente fermato, questo quindi non toglie valenza al referendum popolare.

Cominciamo dall'inizio quindi, e buttiamo subito via quel che puzza. Il quarto quesito referendario riguarda il legittimo impedimento, e cioè la norma che consente al Presidente del Consiglio dei Ministri ed agli stessi Ministri che permette loro di usufruire della possibilità di non presentarsi in sede giudiziara per i processi a loro carico e di rinviare quindi il processo. In un paese civile (mai espressione fu più abusata e contemporaneamente azzeccata) una legge simile non si discuterebbe nemmeno, ma in un paese in cui non basta nemmeno una condanna per dimettersi da incarichi parlamentari o governativi è evidente che questo eventuale scudo serve esclusivamente a difendere la “presentabilità” e la “rispettabilità” del politicante di turno. Se pensiamo ai tentativi di leggi in materia come ad esempio il divieto ai giornali di pubblicare atti e informazione in merito ad indagini e processi in corso è ancora più evidente il pericolo verso il quale si incorre. Se il cittadino non può essere informato sui processi riguardanti un Ministro fino a quando il processo non è concluso, e se il processo non può svolgersi fino a quando il Ministro occupa la sua carica, cosa impedisce al Ministro di occupare indefinitamente la sua carica senza che si scopra se è effettivamente colpevole o meno? E in che modo il cittadino può decidere realmente se votare o no per lui non potendo conoscere la verità sul processo? Io ho fatto la domanda...la risposta è fin troppo banale.

Il primo passo per la dittatura, che sia essa formale o semplicemente di fatto, è lasciare il popolo crogiolante nella propria ignoranza..........


Proteggimi dal sapere quel che non ho bisogno di sapere. Proteggimi anche dal sapere che bisognerebbe sapere cose che non so. Proteggimi dal sapere che ho deciso di non sapere le cose che ho deciso di non sapere. Amen”.
Ecco qua. In ogno caso, è la stessa preghiera che reciti in silenzio dentro di te, per cui tanto vale dirla apertamente.
(Douglas N. Adams
Praticamente Innocuo)



Il terzo quesito riguarda la scelta sull'energia nucleare. Paradossale in Italia, dove potremmo usufruire enormemente di energia eolica e solare, pensare a risolvere la dipendenza dall'estero per il petrolio con una dipendenza alternativa sempre dall'estero per l'uranio. Il rischio di incidente nucleare è basso, enormemente basso, ma non nullo! E nel momento in cui l'incidente si verifica non c'è ritorno, non c'è soluzione, esiste solo la morte e la devastazione. Questo restando nella sfera dalla casualità, perché chiunque dotato di buon senso riconoscerebbe che una centrale nucleare è un obiettivo sensibile anche per scopi terroristici, con conseguenze che lascio all'immaginazione del lettore. Le fonti rinnovabili, il famoso WWS (Wind Water Sun) permettono invece una diversificazione delle risorse ed una copertura assoluta dal rischio di incidenti, guasti ed attacchi terroristici. Prescindendo dalla catastrofe, un qualunque guasto in una singola centrale che produce molta energia rende non funzionante la centrale, bloccando tutta la produzione, mentre invece se si guasta una pala eolica o un pannello solare gli altri continuano a fare il loro lavoro. Diversificare le fonti, renderle meno pericolose e più agili è una scelta sensata sia perché ci libera dalla Spada di Damocle, sia perché ci consente di gestire in modo più agile e liquido l'energia.

Ed eccoci arrivati ai primi due quesiti, in merito alla privatizzazione dell'acqua. Tecnicamente parlare di privatizzazione non è esatto, in quanto l'acqua rimane un bene pubblico, ma viene affidata la sua gestione ai privati. Ma seppur formalmente scorretto il termine privatizzazione è nei contenuti sensato e realistico, poiché qualunque servizio o bene affidato esclusivamente ad una persona o ad una compagnia non è più direttamente disponibile per la collettività che se ne è privata. Queste sono questioni sulle quali un giurista potrebbe sempre dimostrarvi che avete torto, ma andando oltre le parole e al cuore della questione affidare obbligatoriamente alle compagnie private un qualunque servizio in precedenza pubblico significa svendere i beni dello stato e quindi della collettività. Pensiamo a quello che succede ai paesi del terzo mondo, spesso paesi ricchi di risorse naturali e dall'enorme potenziale economico. Per ottenere gli aiuti economici necessari sono obbligati dagli organismi internazionali, in pirmis il fondo monetario internazionale, a liberalizzare i servizi e svendere le proprietà dello stato. Questo ufficialmente viene richiesto allo scopo di ridurre le spese dello stato, ma a lungo andare causa un impoverimento, poiché questi servizi finiscono per essere affidati ai privati che ovviamente li gestiscono esclusivamente a scopo di profitto. Sembra un problema di poco conto, in fondo l'importante è che il servizio sia garantito, ma in realtà è un problema gigantesco poiché un servizio che potrebbe essere garantito dallo stato a semplice costo di mantenimento o di produzione deve, se gestito dai privati, garantire non solo un plusvalore, e cioè un guadagno rispetto al suo costo intrinseco, ma questo plusvalore deve anche essere competitivo, cioè maggiore di quello che la compagnia potrebbe garantirsi con un'altra qualunque attività. Affidare un bene fondamentale come l'acqua (ma vale lo stesso per l'istruzione, vedi progetto di privatizzazione delle università; la sanità, vedi evoluzione degli ospedali in aziende ospedaliere) significa implicitamente aumentarne i costi e trasformare un diritto in una merce. Se le grandi multinazionali, non certo famose per anteporre il bene della collettività al profitto, si fiondano come sciacalli sui resti delle proprietà collettive sorge spontanea la curiosa domanda: “non sarebbe più saggio lasciare allo stato un servizio tanto remunerativo?” Se i profitti sono tali da garantire un guadagno così cospicuo è giusto che sia la collettività a trarne vantaggio, e non quattro affaristi senza scrupoli. Non bisogna inoltre dimenticare che affidare sempre più beni alla gestione privata significa svuotare lo Stato della sua funzione, esso infatti è sovrano nella misura in cui ha il controllo delle risorse e dei servizi sul proprio territorio. Una società in cui un privato o un gruppo di privati possiedono abbastanza risorse, e quindi potere, per ricattare con un semplice spostamento di capitali un intero continente (basta pensare alla crisi finanziaria asiatica alla fine degli anni novanta) non è semplicemente ricattabile, è schiava del potere economico...e quindi non è più democratica. Il diritto di voto è carta straccia se il privato ha sufficiente potere economico e finanziario per distruggere l'economia di un intero paese. Affidando al capitale privato anche la gestione dell'acqua non facciamo altro che stringere ancora di più il cappio che tutti noi portiamo al collo.


L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all’intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa”. Antonio Gramsci, 11 febbraio 1917


Ecco perché questo referendum è così importante, perché serve a mostrare che noi, come collettività, possediamo ancora un minimo di orgoglio e di spirito di libertà. Non esiste possibilità di considerarci veramente liberi, se faremo fallire questo referendum. Poiché non esiste uomo più schiavo di colui che rinforza da sé le sue catene.


Chi su questa terra pensa di poter affermare la verità usa l'amore, la passione, ma anche il terrore se riconosce negli altri dei nemici irriducibili. Mi chiedo in quali situazioni si possa sostenere che non ci sia più spazio per la tolleranza e che la violenza è giusta perché serve per imporre la verità. Credo che non si debba rinunciare ne alla tolleranza ne alla intransigenza: è un paradosso che deve vivere con noi. (Pasquale Barranca)


Io non credo di possedere la Verità, ma.......le verità che vi ho esposto in questo intervento sono tragicamente banali....e solo uno schiavo può ignorarle...sono le scelte che facciamo...che dicono ciò che siamo veramente...molto più che le nostre capacità......

….........è il momento di scegliere quello che siamo......


LiberaMente Libero,

il vostro filosofo di merda!

lunedì 16 maggio 2011

Semplice Energia


Una delle grandi incognite sul futuro dell'umanità è l'energia. Il problema dell'approvvigionamento delle risorse energetiche è sempre stato di grande importanza per qualunque civiltà umana, così come lo è per ogni singolo essere vivente. Si può affermare, senza paura di venire in seguito smentiti, che senza la capacità di accedere a risorse energetiche sicure, stabili e di facile accesso qualunque civiltà complessa non presenta significative probabilità di sopravvivenza sul lungo periodo. In Italia impazza la polemica sul nucleare, e ognuno si tiene la propria opinione, vuoi per la scarsità di informazioni pratiche e di facile accesso, vuoi per il cronico disinteresse tipico della società di massa occidentale, vuoi ancora perché la fedeltà alla squadra del cuore (ops....partito del cuore) non si cambia certo perché ci dice qualche bugia. Intanto, sul numero 496, dicembre 2009, del mensile “Le Scienze” viene pubblicato a pagina 52 un articolo firmato da Mark Z. Jacobson e Mark A. Delucchi, che spiega con parole semplici e chiare come, con una seria volontà politica locale o, ancor meglio, globale, l'umanità potrebbe trovare la soluzione al problema energetico una volta per tutte. I due ricercatori si affidano alle fonti WWS, dall'inglese Water Wind Sun (che sta per Acqua Vento Sole), e tracciano un modello energetico che sarebbe capace di soddisfare in abbondanza il previsto aumento del bisogno energetico nel prossimo futuro. Per restare con i piedi per terra i due autori si affidano esclusivamente a tecnologie già sul mercato e realizzano il modello diversificando le fonti WWS per permettere una maggiore elasticità dell'approvvigionamento energetico. Secondo Jacobson e Delucchi l'umanità potrebbe svincolarsi dalle fonti tradizionali, meno sicure e notevolmente più inquinanti, nel giro di vent'anni, se solo vi fosse la volontà politica, ed elencano non solo i benefici a livello sociale e geopolitico, ma anche quelli strettamente economici. Prima di decidere se votare a favore o contro in un ipotetico referendum sul nucleare, prima di decidere se sostenere o meno la politica di questo o di quel partito e le sue posizioni sull'energia, ritengo sia utile e sensato, se non doveroso, riflettere sul perché non si prendano in considerazione le fonte rinnovabili, soprattutto in un paese che, petrolio o gas o uranio, con le fonti tradizionali continuerebbe ad essere dipendente dall'estero. Chi vi scrive vi segnala l'articolo che dovreste poter trovare alla biblioteca comunale chiedendo il numero 496 della rivista “Le Scienze” e vi invita a leggerlo per avere una opinione meno “televisiva” sull'argomento, per essere finalmente cittadini informati, e non sudditi trascinati.