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sabato 28 maggio 2011

Si scrive Referendum, si legge Libertà

Vi sono dei momenti, nella Vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre. (Oriana Fallaci)


Sono un animale deluso, ingabbiato dai falsi miti di una società che ci autoimponiamo, messo alla sbarra dai segreti di pulcinella che tutti conoscono e tutti ignorano, reso schiavo, come tutti voi che state leggendo, dalla nostra stessa autoindulgenza del “si ma io non posso fare niente”. Eppure ci sono momenti nella vita in cui ti rendi conto che non puoi lasciare tutto al destino, cioè agli altri. Si perché il destino non è altro che la scusa degli incapaci, il destino è la scusa di coloro che non sono stati in grado, o non hanno voluto essere in grado, di intervenire nelle forze che determinano la storia, e quindi quel racconto continuo e intrecciato che rappresenta la nostra vita.

Diceva Seneca che la fortuna non esiste, esiste semmai il momento in cui il talento incontra l'occasione. Ed il talento, lo insegna quel fenomeno di giovinezza in età geriatrica che risponde al nome di Filippo Inzaghi, è spesso la capacità di cogliere l'occasione e gettarsi su di essa mordendo e graffiando...pur di non lasciarsela sfuggire dalle mani. La differenza fra chi guida il proprio destino e chi invece ne è guidato è spesso la capacità di scegliere il momento migliore per fare quell'azione piccola, piccolissima, che in un qualsiasi altro momento non porterebbe a nulla...ma che in questo caso particolare è in grado di scatenare l'effetto domino e dare il via a quell'insieme di eventi all'apparenza casuali ma invece perfettamente causali che faranno poi in ultima analisi la storia.

Non è questa la sede per discutere di come noi tutti ci siamo già fatti fregare, sarebbe una dissertazione troppo lunga ed in ogni caso ci sono persone che sono in grado si spiegare la realtà molto meglio di me (http://www.paolobarnard.info/index2.htm). Quello che voglio fare in questo intervento è spiegare perché è importante in primo luogo partecipare in grande numero ad un generico referendum, e poi perché è così importante partecipare a questo in particolare.

La democrazia rappresentativa si basa sul principio per il quale coloro che devono svolgere le funzioni di legiferazione e di governo devono essere scelti da tutta la comunità che dovranno rappresentare. Questo è un sistema imperfetto ma è tuttavia forse il migliore possibile, poiché se proprio qualcuno deve occupare un ruolo di potere sullo Stato, e quindi sulla comunità, è giusto che sia scelto da chi compone la comunità. Oggi questo sistema è stato impoverito, o più precisamente cancellato, da una legge elettorale che non permette di scegliere i propri rappresentanti, ma consente solo di approvare una lista predefinita da coloro che già detengono questo potere e che, potendo in definitiva scegliere chi potrà essere eletto, sono in grado di conservarlo indefinitamente per mancanza di alternativa. Il referendum è l'unica occasione di vera e diretta democrazia, è l'unica occasione in cui il cittadino può direttamente e senza intermediari esprimere la propria opinione esplicita su una determinata questione. Ed acquista evidentemente una valenza ancora più esplicita nel momento in cui la classe politica e dirigente non ha più nessuna responsabilità nei confronti dei suoi elettori, come nel caso italiano, tanto da potersi permettere di “fottere” i cittadini senza dover nemmeno nascondere il corpo del reato. Per chi avesse dei dubbi basta riflettere su come il governo italiano, il minuscolo è voluto, abbia tentato e stia tentando in tutti i modi di rendere vana la consultazione referendaria ponendo ostacoli di tutti i tipi all'esercizio della democrazia. Cominciando dalla scelta palesemente assurda, antidemocratica ed antieconomica di fissare due date distinte per le elzeioni amministrative e per la consultazione referendaria, fino al tentativo estremo di una moratoria, spacciata per cancellazione, sul progetto nucleare, passando per il totale silenzio sulle reti Rai fino a fine maggio e il fantozziano tentativo di convincere gli elettori che il cancellamento (in realtà moratoria) del progetto nucleare avesse fatto decadere il quesito referendario. Togliamoci subito ogni dubbio, il governo non ha cancellato il nucleare, lo ha momentaneamente fermato, questo quindi non toglie valenza al referendum popolare.

Cominciamo dall'inizio quindi, e buttiamo subito via quel che puzza. Il quarto quesito referendario riguarda il legittimo impedimento, e cioè la norma che consente al Presidente del Consiglio dei Ministri ed agli stessi Ministri che permette loro di usufruire della possibilità di non presentarsi in sede giudiziara per i processi a loro carico e di rinviare quindi il processo. In un paese civile (mai espressione fu più abusata e contemporaneamente azzeccata) una legge simile non si discuterebbe nemmeno, ma in un paese in cui non basta nemmeno una condanna per dimettersi da incarichi parlamentari o governativi è evidente che questo eventuale scudo serve esclusivamente a difendere la “presentabilità” e la “rispettabilità” del politicante di turno. Se pensiamo ai tentativi di leggi in materia come ad esempio il divieto ai giornali di pubblicare atti e informazione in merito ad indagini e processi in corso è ancora più evidente il pericolo verso il quale si incorre. Se il cittadino non può essere informato sui processi riguardanti un Ministro fino a quando il processo non è concluso, e se il processo non può svolgersi fino a quando il Ministro occupa la sua carica, cosa impedisce al Ministro di occupare indefinitamente la sua carica senza che si scopra se è effettivamente colpevole o meno? E in che modo il cittadino può decidere realmente se votare o no per lui non potendo conoscere la verità sul processo? Io ho fatto la domanda...la risposta è fin troppo banale.

Il primo passo per la dittatura, che sia essa formale o semplicemente di fatto, è lasciare il popolo crogiolante nella propria ignoranza..........


Proteggimi dal sapere quel che non ho bisogno di sapere. Proteggimi anche dal sapere che bisognerebbe sapere cose che non so. Proteggimi dal sapere che ho deciso di non sapere le cose che ho deciso di non sapere. Amen”.
Ecco qua. In ogno caso, è la stessa preghiera che reciti in silenzio dentro di te, per cui tanto vale dirla apertamente.
(Douglas N. Adams
Praticamente Innocuo)



Il terzo quesito riguarda la scelta sull'energia nucleare. Paradossale in Italia, dove potremmo usufruire enormemente di energia eolica e solare, pensare a risolvere la dipendenza dall'estero per il petrolio con una dipendenza alternativa sempre dall'estero per l'uranio. Il rischio di incidente nucleare è basso, enormemente basso, ma non nullo! E nel momento in cui l'incidente si verifica non c'è ritorno, non c'è soluzione, esiste solo la morte e la devastazione. Questo restando nella sfera dalla casualità, perché chiunque dotato di buon senso riconoscerebbe che una centrale nucleare è un obiettivo sensibile anche per scopi terroristici, con conseguenze che lascio all'immaginazione del lettore. Le fonti rinnovabili, il famoso WWS (Wind Water Sun) permettono invece una diversificazione delle risorse ed una copertura assoluta dal rischio di incidenti, guasti ed attacchi terroristici. Prescindendo dalla catastrofe, un qualunque guasto in una singola centrale che produce molta energia rende non funzionante la centrale, bloccando tutta la produzione, mentre invece se si guasta una pala eolica o un pannello solare gli altri continuano a fare il loro lavoro. Diversificare le fonti, renderle meno pericolose e più agili è una scelta sensata sia perché ci libera dalla Spada di Damocle, sia perché ci consente di gestire in modo più agile e liquido l'energia.

Ed eccoci arrivati ai primi due quesiti, in merito alla privatizzazione dell'acqua. Tecnicamente parlare di privatizzazione non è esatto, in quanto l'acqua rimane un bene pubblico, ma viene affidata la sua gestione ai privati. Ma seppur formalmente scorretto il termine privatizzazione è nei contenuti sensato e realistico, poiché qualunque servizio o bene affidato esclusivamente ad una persona o ad una compagnia non è più direttamente disponibile per la collettività che se ne è privata. Queste sono questioni sulle quali un giurista potrebbe sempre dimostrarvi che avete torto, ma andando oltre le parole e al cuore della questione affidare obbligatoriamente alle compagnie private un qualunque servizio in precedenza pubblico significa svendere i beni dello stato e quindi della collettività. Pensiamo a quello che succede ai paesi del terzo mondo, spesso paesi ricchi di risorse naturali e dall'enorme potenziale economico. Per ottenere gli aiuti economici necessari sono obbligati dagli organismi internazionali, in pirmis il fondo monetario internazionale, a liberalizzare i servizi e svendere le proprietà dello stato. Questo ufficialmente viene richiesto allo scopo di ridurre le spese dello stato, ma a lungo andare causa un impoverimento, poiché questi servizi finiscono per essere affidati ai privati che ovviamente li gestiscono esclusivamente a scopo di profitto. Sembra un problema di poco conto, in fondo l'importante è che il servizio sia garantito, ma in realtà è un problema gigantesco poiché un servizio che potrebbe essere garantito dallo stato a semplice costo di mantenimento o di produzione deve, se gestito dai privati, garantire non solo un plusvalore, e cioè un guadagno rispetto al suo costo intrinseco, ma questo plusvalore deve anche essere competitivo, cioè maggiore di quello che la compagnia potrebbe garantirsi con un'altra qualunque attività. Affidare un bene fondamentale come l'acqua (ma vale lo stesso per l'istruzione, vedi progetto di privatizzazione delle università; la sanità, vedi evoluzione degli ospedali in aziende ospedaliere) significa implicitamente aumentarne i costi e trasformare un diritto in una merce. Se le grandi multinazionali, non certo famose per anteporre il bene della collettività al profitto, si fiondano come sciacalli sui resti delle proprietà collettive sorge spontanea la curiosa domanda: “non sarebbe più saggio lasciare allo stato un servizio tanto remunerativo?” Se i profitti sono tali da garantire un guadagno così cospicuo è giusto che sia la collettività a trarne vantaggio, e non quattro affaristi senza scrupoli. Non bisogna inoltre dimenticare che affidare sempre più beni alla gestione privata significa svuotare lo Stato della sua funzione, esso infatti è sovrano nella misura in cui ha il controllo delle risorse e dei servizi sul proprio territorio. Una società in cui un privato o un gruppo di privati possiedono abbastanza risorse, e quindi potere, per ricattare con un semplice spostamento di capitali un intero continente (basta pensare alla crisi finanziaria asiatica alla fine degli anni novanta) non è semplicemente ricattabile, è schiava del potere economico...e quindi non è più democratica. Il diritto di voto è carta straccia se il privato ha sufficiente potere economico e finanziario per distruggere l'economia di un intero paese. Affidando al capitale privato anche la gestione dell'acqua non facciamo altro che stringere ancora di più il cappio che tutti noi portiamo al collo.


L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all’intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa”. Antonio Gramsci, 11 febbraio 1917


Ecco perché questo referendum è così importante, perché serve a mostrare che noi, come collettività, possediamo ancora un minimo di orgoglio e di spirito di libertà. Non esiste possibilità di considerarci veramente liberi, se faremo fallire questo referendum. Poiché non esiste uomo più schiavo di colui che rinforza da sé le sue catene.


Chi su questa terra pensa di poter affermare la verità usa l'amore, la passione, ma anche il terrore se riconosce negli altri dei nemici irriducibili. Mi chiedo in quali situazioni si possa sostenere che non ci sia più spazio per la tolleranza e che la violenza è giusta perché serve per imporre la verità. Credo che non si debba rinunciare ne alla tolleranza ne alla intransigenza: è un paradosso che deve vivere con noi. (Pasquale Barranca)


Io non credo di possedere la Verità, ma.......le verità che vi ho esposto in questo intervento sono tragicamente banali....e solo uno schiavo può ignorarle...sono le scelte che facciamo...che dicono ciò che siamo veramente...molto più che le nostre capacità......

….........è il momento di scegliere quello che siamo......


LiberaMente Libero,

il vostro filosofo di merda!

martedì 24 maggio 2011

Un SI per ribadire il NO

Sabato 21 Maggio , una catena anti – nucleare ha riempito le strade a Palma di Montechiaro. Lo ha fatto per far sentire la propria presenza e per ribadire la disapprovazione ad un progetto che non tutela i cittadini e i loro interessi. Un si per dire no al nucleare, un si per dire no al legittimo impedimento, un si per dire no alla privatizzazione dell’acqua. A quella manifestazione c’ero anch’io e ho avuto la sensazione che numerosi erano quelli coinvolti veramente dalla questione, ma, ad onor del vero, altrettanto numerosi erano quelli poco interessati a difendere l’idea di fondo per la quale si manifestava . Cospicua era la rappresentanza dei ragazzi e delle ragazze dei Liceo Scientifico G.B. Odierna del paese (ma pochi di loro erano maggiorenni e quindi pochi di loro voteranno il 12 giugno). I possibili elettori erano tanti, ma pochi erano palmesi, purtroppo. Un problema che ci tocca così da vicino (la centrale dovrebbe essere costruita a pochi passi del nostro mare, sotto il nostro splendido sole ) non può non essere avvertito, non posso credere che davvero a nessuno importi nulla. Eppure la scusa più sentita nei giorni precedenti alla manifestazione è stata “tanto non ci ascolta nessuno”, dimostrazione del fatto che pochi si sentono rappresentati e che molti partono da sconfitti in partenza. Per tanti lottare non serve a niente perché in questi casi l’importante non è partecipare, l’importante è vincere, e che senso ha combattere una partita le quali sorti sono state già decise? Ma è davvero così?

Al di la delle ideologie politiche che ci uniscono e a volte, anzi molto spesso, ci dividono, dovremmo analizzare i pro e i contro del problema (perché di problema si tratta). Molto spesso mi sono intrattenuta a parlare con coloro i quali difendono a spada tratta il nucleare : “di base risparmieremo sulla bolletta un minimo venti euro” ha detto un ragazzo ; “gli altri Stati hanno già costruito centrali senza avere problemi, e poi” ha aggiunto sempre lo stesso “se non ci fosse stato quel disastro in Giappone nessuno si sarebbe sentito minacciato dal nucleare e le centrali sarebbero state costruite tranquillamente, ma siamo tutti come le pecore e quindi adesso abbiamo paura” tutt’ora non capisco il nesso con le pecore. “Centrale nucleare vuol dire nuovi posti di lavoro!” mi ha detto un altro. Anche alla manifestazione del ventiquattro, paradossalmente, mi è capitato di sentire delle voci di disapprovazione che appoggiavano il nucleare. La cosa inizialmente mi ha stranito, poi infastidito, che senso ha far parte di un corteo che difende un’idea alla quale non credi?Ho sentito Un ragazzino riccio e paffuto dire : “bruciamo queste bandiere comuniste … viva il nucleare!” mentre in mano, a mo di capo ultras, teneva una di quelle bandiere che tanto disprezzava. Poi ho trovato il senso della sua adesione, probabilmente faceva parte di quei ragazzi che accettano di partecipare alle proteste, promosse dai rappresentanti di istituto, per saltare la scuola. Ho l’impressione che più passa il tempo e più ci si concentra a fare progetti realizzabili nel futuro più immediato. Solo così mi spiego alcune prese di posizione . La centrale da posti di lavoro, siamo disoccupati, preoccupiamoci di trovare un lavoro, i rischi sono molto più lontani (a livello proprio cronologico)rispetto alla passibilità di trovare un impiego, a quelli poi ci si pensa. Destra o sinistra, appoggiamo il nostro partito, per il momento, difendiamolo in tutto e per tutto , così domani potremmo vantarci della nostra vittoria. I problemi che ne deriverebbero dalla vittoria , in seguito verranno presi in considerazione, l’importante è raggiungere l’obiettivo.

Il mio pensiero, che sinteticamente e a livello elementare espone i contro, è che se tra qualche anno scoppia la centrale nucleare che tu sia di destra, di sinistra, comunista o fascista, non importa: SALTI IN ARIA. Non ci sono posti di lavoro o soldi che reggano, in questo caso, rischio batte centrale nucleare dieci a zero.

lunedì 16 maggio 2011

Semplice Energia


Una delle grandi incognite sul futuro dell'umanità è l'energia. Il problema dell'approvvigionamento delle risorse energetiche è sempre stato di grande importanza per qualunque civiltà umana, così come lo è per ogni singolo essere vivente. Si può affermare, senza paura di venire in seguito smentiti, che senza la capacità di accedere a risorse energetiche sicure, stabili e di facile accesso qualunque civiltà complessa non presenta significative probabilità di sopravvivenza sul lungo periodo. In Italia impazza la polemica sul nucleare, e ognuno si tiene la propria opinione, vuoi per la scarsità di informazioni pratiche e di facile accesso, vuoi per il cronico disinteresse tipico della società di massa occidentale, vuoi ancora perché la fedeltà alla squadra del cuore (ops....partito del cuore) non si cambia certo perché ci dice qualche bugia. Intanto, sul numero 496, dicembre 2009, del mensile “Le Scienze” viene pubblicato a pagina 52 un articolo firmato da Mark Z. Jacobson e Mark A. Delucchi, che spiega con parole semplici e chiare come, con una seria volontà politica locale o, ancor meglio, globale, l'umanità potrebbe trovare la soluzione al problema energetico una volta per tutte. I due ricercatori si affidano alle fonti WWS, dall'inglese Water Wind Sun (che sta per Acqua Vento Sole), e tracciano un modello energetico che sarebbe capace di soddisfare in abbondanza il previsto aumento del bisogno energetico nel prossimo futuro. Per restare con i piedi per terra i due autori si affidano esclusivamente a tecnologie già sul mercato e realizzano il modello diversificando le fonti WWS per permettere una maggiore elasticità dell'approvvigionamento energetico. Secondo Jacobson e Delucchi l'umanità potrebbe svincolarsi dalle fonti tradizionali, meno sicure e notevolmente più inquinanti, nel giro di vent'anni, se solo vi fosse la volontà politica, ed elencano non solo i benefici a livello sociale e geopolitico, ma anche quelli strettamente economici. Prima di decidere se votare a favore o contro in un ipotetico referendum sul nucleare, prima di decidere se sostenere o meno la politica di questo o di quel partito e le sue posizioni sull'energia, ritengo sia utile e sensato, se non doveroso, riflettere sul perché non si prendano in considerazione le fonte rinnovabili, soprattutto in un paese che, petrolio o gas o uranio, con le fonti tradizionali continuerebbe ad essere dipendente dall'estero. Chi vi scrive vi segnala l'articolo che dovreste poter trovare alla biblioteca comunale chiedendo il numero 496 della rivista “Le Scienze” e vi invita a leggerlo per avere una opinione meno “televisiva” sull'argomento, per essere finalmente cittadini informati, e non sudditi trascinati.

La Rivoluzione dell'Analogico

Ognuno di noi spera di riuscire a realizzare almeno un terzo di ciò che sogna oggi , ma giorno dopo giorno ci tolgono da sotto gli occhi i mezzi per costruire le basi di un futuro che, anche solo lontanamente, somigli a quello che progettiamo nel presente. Cosa succede allora? Si cercano altre vie per arrivare allo scopo. Più è facile, meglio è.
In un mondo bombardato da reality e talent show si è perso di vista il valore dell’impegno e della fatica, il concetto di difficoltà ma soprattutto quello di dignità. La vera fatica è riuscire a superare un provino, vincere il televoto ed arrivare in finale per chissà quale merito. impegnarsi vuol dire riuscire a piacere alle gente, al pubblico. La dignità, quella è un optional, da tirar fuori solo per avere maggior supporto da parte di chi ti segue , spesso però viene messa da parte per far ridere e divertire facendo l’ignorante,sbagliando congiuntivi e apparendo semi nuda “casualmente” durante una diretta. Urla, grida, sceneggiate, pianti e sfuriate fanno parte del pacchetto.
Programmi televisivi dove la gente, messa in fila tipo merce in vendita al supermercato, corteggia “troniste” (o “tronisti”) delle quali si innamora dopo aver visto una videoclip di quindici minuti(come se il semplice fatto di stare seduti su un trono non fosse di per se abbastanza imbarazzante); opinionisti che passano dall’incitare famosi sperduti in un’isola al commentare l’assassinio di una giovane ragazza; servizi giornalistici che mostrano dove i vip vanno in vacanza e l’ultima love story di una starlet televisiva; donne che si rifanno seni enormi per riuscire a guadagnarsi il loro angolo di notorietà con delle ospitate nei programmi televisivi; file lunghe chilometri per far parte di chissà quale reality purché si diventi famosi. . A volte mi chiedo se c’è un limite al trash , accendo la tv e capisco che quel limite non esiste.
Di situazioni al limite della decenza, purtroppo, ce ne sono tante, ma non perché non ci sono quelle che invece darebbero, a mio avviso, dignità ad una società che ormai di dignitoso sta MOSTRANDO poco. Si può parlare di Rivoluzione quando un movimento trasforma totalmente modi di pensare e di vivere della popolazione: è quello che ha fatto la Rivoluzione industriale, è quello che ha fatto la Rivoluzione francese, è quello che sta facendo la tv. Un apparire scenico , teatrale che influenza anche le nostre azioni quotidiane, un uso distorto della propria immagine che si preoccupa di mostrare il meglio e di nascondere il peggio. Acquisire fama, avere successo, non per soddisfazione ma per dimostrare agli altri quanto valiamo, come se non lo sapessimo più.
E’ come se uno scalatore non conoscesse più il gusto della salita e decidesse di prendere la funivia per arrivare in vetta fare una foto e mostrare agli amici di esser arrivato sulla cima dell’Everest . Il bello dell’arrampicata è raggiungere quell’estremità che da sotto appare come un puntino, quello è il successo. Vincere con se stessi vuol dire impegnare tutte le forze nell’ascesa per poi godersi il panorama in santa pace. Adesso si cerca di arrivare il prima possibile in cima , prendendo più scorciatoie possibili, si saltano tutti gli ostacoli del percorso evitando di fare il percorso stesso, dimenticando il motivo che spinge le persone a puntare sempre in alto. Non si conoscono soddisfazioni, non si combattono le avversità, per questo si sottovaluta l’importanza di una scalata.Un paletto non deve bloccare un percorso ma deve spingere a migliorare se stessi per superarlo a testa alta, per questo motivo bisogna apprezzare la fatica e rispettare le difficoltà. Apriamo gli occhi, sfruttiamo le nostre energie perché “ciò che non ci uccide ci fortifica!” .
Si corre invece, dietro a traguardi fittizi, obiettivi offuscati di vite non vissute, ma recitate, con il sorriso in stampato in faccia e la morale lontano dagli occhi e lontano dal cuore,lontano da noi.

domenica 15 maggio 2011

L'Italia cresce lentamente dopo la crisi? Chi non se lo aspettava?

In questi anni si è parlato tanto di crisi economica e finanziaria. Tutte le testate giornalistiche economiche ci informano del fatto che si sta tentando di "uscire dalla crisi" (obiettivo difficile da raggiungere a causa delle attuali politiche monetarie e dello shock petrolifero in atto). Difficilmente si riesce a dare una data di inizio ad una crisi di questo tipo poiché è una crisi, prima che finanziaria, economica e sociale. Ma si può dare una data allo scoppio effettivo di questa, all'inizio del caos, cioè il 15 settembre del 2008, quando la famosa banca d'affari Lehman Brother annunciò la bancarotta, provocando la confusione più totale e il panico nei mercati finanziari. Ma come si fa a capire se stiamo "uscendo" dalla crisi? Il primo indice macroeconomico osservato è il prodotto interno lordo, cioè la produzione di un Paese. Questo è un indice parecchio "rozzo" e criticabile, ma è ancora adottato per le prime analisi. In questi giorni le testate giornalistiche hanno allarmato gli italiani: l'Europa cresce (trainata dalla Germania), l'Italia meno. Ma viene da porsi una domanda: è, questa, una sorpresa?
Seguono due grafici rappresentanti la produzione industriale dei maggiori paesi dell'area Euro fino al 2008 (il primo) e dopo il 2008 (il secondo). Analizziamo quindi le prime conseguenze, in termini di produzione, della recente crisi:


Si denotano subito due fattori. Il primo è che fino al 2008, quando l'economia mondiale cresceva abbastanza bene e costantemente (trainata dalla crescita senza risparmio degli USA, una delle maggiori cause della crisi stessa), l'Italia rimaneva indietro rispetto alle altre nazioni Europee. Il secondo fattore si deduce dal secondo grafico: quando tutto è crollato, l'Italia ha subito la crisi meno delle altre nazioni. Tutte le produzioni sono cadute in picchiata ma, come si nota nei grafici, le produzioni francese e spagnola sono scese al di sotto di quella italiana, e in modo più brusco (se si osserva bene, la produzione dello stivale ha iniziato la sua picchiata dopo quella degli altri Stati). In parole povere l'Italia ha un tetto che non riesce a superare nei periodi buoni e un cuscino che ammortizza la caduta quando tutto va male (sempre economicamente parlando). Si possono trovare tante giustificazioni a questa caratteristica strutturale del c.d. "Bel Paese": poche banche miste (molte non sono banche d'investimento), banche con un leverage (rischio) basso rispetto agli altri Stati (specie gli USA), minore propensione al consumo (di conseguenza maggiore propensione al risparmio), minore partecipazione finanziaria dei piccoli risparmiatori (specie per quanto riguarda il mercato borsistico) e conseguente minore legame tra economia reale e finanziaria, caratteri sociali (piccolo esempio: per la società statunitense l'avere dei debiti identifica un individuo come una persona intraprendente, mentre il debito nelle società europee, specie quella italiana è visto come una cosa negativa) e tanti altri. Non si deve però trascurare una fattore molto importante: in Italia c'è un altissimo tasso di economia sommersa (evasione fiscale, "lavoro a nero") e criminale (attività illegali). Tutti gli altri fattori potrebbero essere delle giustificazioni parziali e riguardano il fatto che l'Italia resiste meglio alla crisi. Ci sono altrettanti fattori riguardanti il fatto che l'Italia cresce meno, ma non c'è dubbio che l'alto tasso della c.d. Economia Sommersa sia significativo e da considerare come fattore fondamentale nell'analisi di misure macroeconomiche come il pil. In parole povere: quando si cresce gran parte dei guadagni sono, appunto, "sommersi" (tramite evasione fiscale e riciclaggio) e rallentano la risalita del pil; quando crolla la produzione l'Italia resiste meglio e attutisce i colpi poiché non viene contabilizzata la perdita di investimenti e guadagni "sommersi". Questa "caratteristica" del "Bel Paese" è una delle poche che giustifica entrambi i fenomeni. Per questo motivo cari italiani, cari giornalisti, non stupitevi se "resistiamo" alla crisi e se "usciamo" da questa con affanno: gli italiani vanno oltre le misure e gli indici macroeconomici!!! La guerra alla criminalità e all'evasione è dura e difficile, ma deve continuare ad essere una priorità per il Paese; in questo modo se qualcuno in parlamento decidesse un giorno di rimboccarsi le maniche, osserverebbe dati più realistici, facendo migliori pronostici ed attuando migliori politiche.